Amatorialmente

boston-finish

Leggo spesso lettere sulla corsa scritte da non addetti ai lavori e sono quasi sempre stucchevoli, tutte redenzione via movimento. Sopra e tra le righe si incontra una strana venerazione per questa attività sportiva che sembra salvare tante vite quanti sono gli iscritti alle gare domenicali. Ma la corsa non è solo belle sensazioni di vento nei capelli né tutti ricordi da lucciconi. Ci chiamano 'amatori' ed è un modo sofisticato di descrivere chi 'tapascia' al confine dei propri limiti; a volte c'è perfino un velo di scorno, come fossimo tutti cricetini in fila dentro la stessa ruota. Allora, diciamolo che correre non è sempre bello e che spesso soffriamo come cani. Diciamolo che per tanti è una fuga da dolore e problemi, una deliziosa tortura auto inflitta per sentire che almeno un obiettivo si è raggiunto nella lunga giornata.

Diciamo anche il dolore non fisico che si scioglie ad ogni faticoso passo, diciamo i crampi all'anima che però non ti fanno mollare a quella gara di 10k che, a 5’30”, non finiscono mai, diciamo la discussione che gli allenamenti quotidiani provocano a casa (non tutti capiscono, non tutti condividono), diciamo anche quanto costa veramente quel nuovo paio di scarpe comprate con gli spicci risparmiati nel salvadanaio, diciamo il pianto soffocato che ti blocca la gola dopo l'arrivo perché in quella gara chissà quali pensieri hai superato oltre agli avversari.

Detto tutto questo, allora si che 'amatori' ha un senso nobile. Amiamo la corsa per quello che è, una grande fatica. Una grande fatica necessaria a mantenerci in contatto con noi stessi, a far si che non affoghiamo nel tran-tran della routine che tutto appiattisce. Non è facile essere Filippide che corre portando la notizia della vittoria nella guerra privata che tutti combattiamo. Non è facile ma è
bellissimo.

Bellissimo e come tutte le cose belle anche questa ha il suo opaco lato della medaglia: la competitività. Tra i professionisti questa possiede dei lineamenti per me più facilmente capibili seppure non sempre puliti. Ma noi amatori siamo afflitti dalla ‘sindrome del prosciutto’. Chiunque si aggiri intorno al gonfiabile il giorno di una gara sente conversazioni composte da numeri, da calcoli accurati che dicono quanto spingere per arrivare primo di categoria e tornare a casa con una bella coscia da affettare oltre a due piene di acido lattico. Quello solol’obbiettivo. Poco, miseramente poco. All’arrivo poi, si vedono facce stravolte più dalla delusione che dalla fatica e si sente la frase inflazionata e falsa: Ma dai, si corre per partecipare, mica per vincere. Questa sentenza la dice sempre chi ha in mano il numeretto per andare a ritirare il premio. Allora rileggo le mie parole scritte sopra e cerco la nobiltà di cui parlavo. E’ possibile che i grandi sforzi nobili siano tutti mirati solo ad assicurarsi un misero bottino?

Pieni di contraddizioni questi amatori. Eppure non posso non concludere queste mie riflessioni mettendo anche io un po’ di saccarosio: quanto sono belle quelle riprese dall’alto in cui si vede, per esempio, la partenza della Roma-Ostia, quel serpentone di gente comune che corre sorpassa saluta sorride sputa fatica giura di non farlo più ma che comunque c’è e arriva? E’ bello da morire ed è una vittoria contro i centri commerciali aperti la domenica dove i prosciutti si comprano facendo anche lì una fila chilometrica ma che avanza a passo di
bradipo.

Con tutte le umane contraddizioni, la corsa amatoriale è una salvezza singola e nazionale, un punto di forza del macrocosmo sportivo.
Continuiamo quindi ad allenarci, a scambiarci tabelle di marcia e consigli, a uscire quando è da matti e a fare gare qualsiasi sia il motivo. Gareggiamo e magari un giorno impareremo a farlo senza il cronometro, lasciando che l’assenza del tempo ci insegni che il futuro, arrivo compreso, non ha importanza e che il presente è l’unico momento reale, il resto è nuvole.

E se la maratona è l’analogia più perfetta della vita….sputiamo sangue, godiamocela tutta, solchiamo la linea d’arrivo ad occhi aperti e sorridendo!

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