Alato
|
06 Aprile 2011

Mi chiamo Filippide e sono morto nel 490 a.C. Gli storici che vissero dopo di me hanno sbagliato il giorno della mia morte attribuendola al 12 Settembre. Un errore di calcolo, gli sciocchi consultarono il calendario ateniese mentre io, come tutta la mia gente, seguivamo quello spartano. Mi chiamo Filippide e sono morto il12 agosto del 490 a:C. Sono molto famoso ma la mia è una fama triste. Di me si ricordano solo una corsa che altro non fu se non l’obbedire ad un comando, le mie ultime parole e l’attimo in cui ho lasciato il mondo. Nessuno si è mai interessato alla mia vita, l’hanno ridotta a quarantadue miseri chilometri. Per secoli ho covato rancore per questa svista ma la morte rende saggi e se ora ho deciso di parlare è solo per raccontare cosa mi accadde quella notte. Voglio essere lo storico di me stesso.
Ateniesi e Persiani erano in guerra e la guerra non và spiegata né vale il dolore di ricordarla. Sciocchi coloro che credono serva coraggio per combattere. In battaglia si è in balia di forze distruttive che hanno le briglia sciolte, i soldati non sono che uomini comandati dall’istinto di preservazione. Il coraggio è ben altra cosa, è la capacità di abbracciare coscientemente ciò che ci spaventa. Non c’è coscienza in guerra.
Ricordo bene la battaglia di Maratona, gli eserciti nemici rimasero accampati uno di fronte all’altro per tre giorni, giorni in cui non accadde nulla. Dati, il generale persiano, aspettava che la flotta alleata si avvicinasse ad Atene e nel frattempo tratteneva il nostro generale Milziade con le sue truppe a Maratona. All’alba del quarto giorno Milziade assunse l’iniziativa tattica: rinforzò le due ali dell’esercito per evitare una manovra aggirante dei cavalieri persiani e attaccò.
Era il 12 Agosto. Era l’ultimo giorno della mia vita.
Vincemmo e le vittorie si calcolano in numeri: vennero raccolti sul campo seimilaquattrocento cadaveri nemici, la gran parte massacrati durante il tentativo di fuga. Noi seppellimmo i nostri centonovantadue morti sotto un tumulo che ancora oggi si erige mesto al centro di un campo.
Al tramonto l’aria era piena di morti altrui e della nostra mostruosa ilarità. La temperatura superava i 40° e il cielo si preparava a svelare una luna piena.
Ricordo che il mio sguardo era volto verso l’alto quando mi vennero a chiamare. Entrai nella tenda di Milziade e vidi un uomo stanco, vittorioso e vinto. Con parole formali e la voce vestita d’autorità mi ordinò di recarmi ad Atene per portare notizia della vittoria. Fui scelto perché ero il più veloce, così scaltro era il mio passo che mi soprannominarono Alato. Strano come una benedizione diventi una condanna.
Aspettai che la luna piena illuminasse la notte e partii. Gli dei propizi mi indicarono la strada, gli altri mi trafissero con dolori che presto imparai ad ingannare.
Correvo e pensavo. Non pensavo alla guerra, non pensavo alla battaglia, non pensavo alla mia famiglia, non pensavo all’onore fasullo della mia missione. Nella mia mente cercavo le parole con cui comunicare la vittoria. Ci sono infiniti modi per dire una cosa, questa è stata l’ultima lezione che la vita mi ha impartito. Non vidi nulla del paesaggio martoriato che attraversavo nella penombra argentata. Il sudore mi bruciava gli occhi, mai avevo sentito il mio corpo così vivo. Una Dea aveva le sue mani sui miei reni, con una forza dolce e potente mi spingeva ed io non potevo resisterle. Io non volevo resisterle.
Ci sono infiniti modi per dire una cosa. Ci sono infiniti modi per tacere. Correre era il mio modo di tacere. Correvo per entrare nel silenzio, più veloce era il mio passo e più benefico diventava il silenzio. Fu questo mio bisogno di mutismo che mi rese Alato, non l’arrogante senso competitivo. L’ampiezza delle falcate determinava il volume della mia serenità, sempre.
Quella notte ero un uomo solo nel suo silenzio che correva per comunicare una vittoria. O ero un uomo solo nel suo silenzio che correva per comunicare una sconfitta? Quali parole avrei scelto? Quale frase sarebbe andata di bocca in bocca per le strade della mia patria?
Le mani della Dea rimanevano incollate sui miei reni, dalla mia pelle sgorgava sudore che avrei voluto poter raccogliere per berlo. E di fatto ogni tanto leccavo le mie braccia, le mie spalle, le mie mani ferme in un pugno rilassato. Quella notte scoprii il mio sapore ed era il sapore del mare.
Gli dei nemici mi bruciavano i muscoli, mi mordevano i tendini, accecavano il mio sguardo con la fatica. Il caldo m’annebbiava la mente, solo la luna mi stava accanto nella distanza. La luna e una Dea amica furono le compagne della mia ultima corsa.
Vidi Atene dall’alto della collina. La discesa accelerò il mio passo, trasformò il silenzio in puro incanto. Quando fui vicino alle mura, pronunciai a voce alta il mio nome. Lo dissi tre volte perché sapevo che non lo avrei mai più sentito.
Ci sono infiniti modi per dire una cosa.
Ci sono infiniti modi per tacere.
Scelsi quattro parole e un movimento sottile ma eterno.
“Siate felici, abbiamo vinto” dissi.
Poi chiusi gli occhi.





















Commenti
Poi gli americani decisero di dare il nome Nike (letto naik) alle scarpe e a scippare ad Atene le Olimpiadi del 1996 (che si tennero ad Atlanta)......ma questa è un'altra storia......
Angelo tapascione
Un saluto a tutti i Maratoneti IPZS
PS ma chi l'ha scritta questa bella storia?
Brava "Gogo della Luna" ....