Roma...Treviso, gemme di primavera
|
31 Marzo 2011

Un viaggio che parte da Milano, attraverso l'Italia, questa nostra Patria, Terra, che un certo Giuseppe Garibaldi ha unito. Sembra una strada in discesa, anche quando si valica l'Apennino, dolci colline, casolari sparsi sui cocuzzoli, campagna, colori che sono ancora quelli invernali, anche il cielo a sprazzi è grigio, a tratti piove. Roma è vedere la meraviglia e la curiosità di mio figlio ai piedi della Storia, il toccare con mano la magnificenza di un impero, passeggiare tra le opere d'arte che grandi uomini hanno costruito, dipinto, ideato, creato. Roma è grande, immensa, straordinariamente bella, allegra, popolata, verde grazie ai suoi vasti parchi dove tra i turisti, passanti per caso o per lavoro sfrecciano i podisti. Donne, uomini, da soli, a due a due, in gruppo, chiacchierando o ascoltando musica corrono, si allenano, fanno ripetute o semplicemente praticano jogging, probabilmente è così ovunque nelle grandi città, ma qui sono ovunque...
Roma è correre la maratona avendo l'onore di partire a ridosso dei top runner e, sentirsi un po' fuori posto, spostarsi da un lato per non farsi travolgere dalla folla dei veloci.
E' pensare: "Fino alla mezza tengo questo passo, se poi salto, pazienza!" E' voltare un angolo e trovarsi all'improvviso in via Conciliazione, sullo sfondo San Pietro, impagabile immagine, un'emozione a ridosso della piazza gremita di gente che applaude, incita ed in sottofondo il canto di un coro di voci bianche, gli occhiali scuri nascondono l'emozione che travolge e che fatichi a ricacciare in gola, tanto che il respiro diventa affannoso, quasi strozzato.
Roma è perdere quel filo che tiene legato cervello e gambe, è lo spezzarsi della volontà, è camminare ai ristori da un certo punto in poi, è percepire l'infinita lunghezza di mille metri, la ricerca affannosa del cartello indicatore tra le maglie colorate e le miriadi di piedi che ti precedono.
E' la bellezza di Piazza del Popolo, Fontana di Trevi, Piazza di Spagna, Piazza Navona, in ordine sparso, è correre dove hanno camminato gli antichi, è giungere al traguardo alle spalle del Colosseo, è essere affiancata per qualche metro da Mirco. E' dedicare questa maratona ad un popolo che della sofferenza ha fatto la sua forza, è correre anche per questo, per quella stretta di mano di un uomo che in corsa mi ha ringraziato con un inchino.
E' ritornare a casa con la felicità nel cuore, perché Roma è bella, incantevole a prescindere.
Treviso, il fiume Sile, le mura che circondano il suo cuore più antico. E' più raccolta, quasi intima, le gabbie della partenza paiono inesistenti, la magia, i dubbi sono comunque i medesimi di sempre e d'ovunque.
E' la mia ottava volta qui. L'ottava edizione. Conosco a menadito la strada che porta in città, so quanto può essere difficile, tutta dritta, forse noiosa, ma ci sono tratti che ormai sono punti fermi nella memoria, senza volerlo ogni volta fai un paragone con quella precedente. Conegliano, stracolma di gente i primi anni, grigia e bagnata dalla pioggia in altri, il ponte della Priula sempre in festa, sorvolato dai bimotori nel 2008, il Piave il grande assente, la strada statale 13 ossia la Pontebbana, sferzata dal vento, abbagliata dal sole, sorvegliata dai platani, che paiono soldati sull'attenti, e noi si corre verso la meta, che a volte va oltre una semplice linea di arrivo.
Mentre proseguo nel mio viaggio, sento le gambe stanche, ma un pensiero è lì che attende. Aspetto la mezza, voglio vedere cosa sarà dopo. Non mi
piace quel tratto di maratona, qualsiasi sia, che va dal 21° chilometro al 30°, non so perché, ma è in un attimo non precisato lungo questa frazione che io mi perdo. Mi metto all'ascolto, o forse è come se mi guardassi da fuori. L'asfalto passa sotto le mie scarpe, arriva il trentesimo, poi il trentacinquesimo, non mi sono smarrita. Mancano sette chilometri, sono i più duri è difficile tenere. "Dai, forza" mi dico "non pensare, non guardare, non cercare, lascia che ogni perplessità si sciolga come neve al sole". Il quarantesimo, ne mancano due, sono solo duemila metri, ma qualcosa mi sta trascinando giù, finalmente il 41°, il centro, il pavè, ondeggio sulle gambe, sollevo i piedi quel tanto per non incespicare, sono stanchissima, ma dove diavolo è l'ultimo cartello, eccolo, una curva e laggiù l'arrivo, cambio passo, racimolo energie e passo il traguardo..mannaggia ce l'avevo quasi fatta, una manciata di secondi in più, ma cosa sono? Nulla, solo un'idea. Esserci, correre, partire, arrivare e tutto ciò che sta nel mezzo conta.





















Commenti
Complimenti!