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Gianni Migneco e l'ASD Villa de Sanctis

Se siete fra coloro che frequentano le corse su distanze superiori alla maratona, non potrete aver fatto a meno di notare la presenza di un drappello di corridori romani, facenti capo alla società Villa De Santis. Li troverete ovunque, con almeno una piccola rappresentanza, più spesso con una robusta partecipazione.

Naturale quindi che venisse voglia di saperne di più su questa realtà, e lo facciamo con una bella e lunga conversazione con Gianni Migneco, atleta, dirigente, animatore, un personaggio a tutto tondo, come succede spesso nel nostro mondo.

Partiamo proprio dal saperne di più sulla società sportiva. Si tratta di una realtà romana radicata in uno dei tanti quartieri della cintura che avvolge l'immenso centro storico e che fa perno attorno alla Villa De Sanctis, appunto. A Roma, quando si usa la parola "villa" s'intende quasi sempre una zona verde, spesso derivata da uno dei sontuosi parchi che circondavano le dimore nobiliari. L'esempio più conosciuto è la famosa Villa Borghese, che è praticamente in centro.

Villa de Sanctis invece si trova a Roma-Est, nei pressi della Casilina, più lontano dal centro ma non ancora prossima al raccordo anulare. Il parco è attrezzato con una "pistina" di circa 1000 metri, un po’ pista ciclabile, un po’ terreno ideale per i podisti. In questo ambiente si è aggregato il gruppo podistico, grazie soprattutto all'opera appassionata ed infaticabile del mitico presidente Adalberto Sabatella e di molti appassionati, fra cui in prima linea i fratelli Gianni ed Angelo Migneco.

La loro è una storia esemplare, straordinaria nella sua semplicità, significativo esempio per tutti. Angelo e Gianni sono i figli di un mancato olimpionico di scherma: infatti il padre Francesco venne selezionato per rappresentare l'Italia alle Olimpiadi di Roma del 1940, che come noto non si fecero perchè due signori decisero che si divertivano di più a sparare addosso alla gente.

Passata la guerra, la passione per la scherma era intatta, ma non le condizioni per praticarla. Poi arrivarono i due figli e con loro la famiglia ritrovò la strada per la Sala di Scherma, con tutti i suoi rituali e valori immutabili. Tanto per dare un'idea, basti dire che anche i più grandi campioni olimpionici (ed in Italia ce ne sono tanti) non saltano mai una lezione con il "maestro", che pagano per questo, e al quale non oserebbero mai dare del tu.
Ma la scherma, oltre ad essere uno sport magnifico, è anche troppo impegnativa per un giovane che vuole avere anche il tempo per costruirsi una vita propria, e così vennero gli studi, la famiglia, il lavoro... ma la passione per lo sport non andò dispersa. Angelo si dedicò alla pallanuoto e Gianni al calcio, poi sostituito dal tradizionale calcetto. Ma nessuno dei due si accontentava: avevano bisogno di ben altre sfide, e così scoprirono la corsa e in particolare le corse ultra.

Anche per loro, galeotto fu il Passatore. Il primo a cimentarsi fu Angelo, che un giorno disse a Gianni: "Dai, perchè non mi accompagni per un tratto di strada?" Detto fatto, ed il tratto di strada si concluse a Casaglia, scollinata la Colla, dopo 50 km esatti di corsa.
La malìa del Passatore era scattata, e fu impossibile sottrarvisi. E così, da allora, anche Gianni prese a calcare le strade dell'Appennino, dopo l'affascinante appuntamento nel cuore di Firenze, la città magica, e sognando la calda accoglienza di Faenza.

Chiedo a Gianni di dirmi quali gare lo hanno più colpito, quelle che lasciano nell'animo una traccia che non si cancella. Passatore a parte (come farne a meno?) mi tira fuori la Nove Colli e la Spartathlon. Secondo lui, ed io sono d'accordo, alla Nove Colli manca solo di avere alle spalle una leggenda, come la Spartathlon e lo stesso Passatore, ma è sicuramente all'altezza delle altre due per fascino della corsa, impegno del percorso, organizzazione, ma soprattutto per quella intima dimensione di consapevolezza che le grandi corse sempre sanno suscitare.

Mi dice: "Vedi Franco, d'accordo la gara, il percorso, il pubblico, le animazioni: tutto bello, ma il momento vero per il podista vero è quando rimani solo, solo con la gioia della fatica."

Già, la gioa della fatica... come quella che ti accompagna per tutta la strada tortuosa che da Atene s'inoltra nel Peloponneso, imboscandosi nel monti dell'Arcadia, verso Sparta. E non importa che oggi questa sia un miserabile villaggio, e che le strade siano invase dai turisti: su quei sentieri, migliaia di piedi hanno marciato, gli emerodromi hanno sparso ettotlitri di sudore, gli opliti le hanno bagnate col sangue, gli aedi le hanno cantate. Oggi, uomini come Gianni Migneco, le hanno corse.

Già, perchè Gianni la Spartathlon l'ha fatta, ed è stato anche capace di superare indenne tutti i cancelli, arrivando al traguardo con un tempo ed un piazzamento che sono del tutto ragguardevoli. Ma nulla potrà mai eguagliare quel momento, quello in cui sei solo, nella notte, in mezzo ai boschi della Storia. Solo con te stesso, e con le voci di quegli antichi uomini.

Veniamo a parlare di corse a tempo, che per Gianni sono il futuro della corsa di endurance, insieme alle corse immerse nella natura. La sei ore, in particolare, rappresenta l'anello di congiunzione fra la maratona e la 100 km, molto meglio della 50 km, troppo vicina alla maratona. Mi racconta di un'occasione persa, quando caldeggiò con Enrico Castrucci la possibilità di organizzare una sei ore al Circo Massimo: "Sarebbe una gara magnifica, facile da organizzare, in uno scenario unico, e completerebbe al meglio il trittico romano: Roma-Ostia, Maratona di Roma, Sei ore del Circo Massimo! Senza contare che qualche corridore romano potrebbe addirittura attaccare il primato mondiale della distanza!" Occasione persa, o speranza per il futuro?

Nelle gare di gran fondo Gianni vede rinascere lo spirito originario della corsa, quello spirito che l'atletica sta smarrendo spesso, troppo spesso, prigioniera di medaglie che non vengono, di tasse-gara esose, di giochi di potere.

"La crisi dell'atletica, dice, è soprattutto crisi di valori, senza i quali questo sport diventa un gioco banale per quattro fissati"

Perchè questo sport, se ben inteso, insegna tante cose, a coloro che vogliono recepirle, ma una sopra a tutte, fondamentale: il rispetto.

E ce n'è tanto bisogno!

Commenti

avatar mauro
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Grande atleta,ma soprattutto grande persona è sempre un piacere incontrarlo prima e durante le gare,nonchè dopo per "lucidargli" le scarpe come faceva Moriero a Ronaldo....
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