Oggi giro medio, 20 km sul percorso n. 2, misto strada-sterrato, sali scendi. Non mi piace uscire con il cielo livido di nuvole, spero solo di chiudere senza temporale, ma nutro poche speranze, il meteo ieri sera è stato implacabile:

..."pioggia a carattere temporalesco su tutto il centro Italia, allertata la protezione civile"...

Il caffè è quasi pronto, c’è silenzio in casa, i bambini hanno dormito bene, io meno, l’idea di andare a correre a Londra mi emoziona e mi atterrisce. Aver fatto l’ultima maratona di Roma con il miglior personale di sempre è un limite, cos’altro potrò fare tra solo un mese ? scendere sotto il mio tempo di  3 primi, abbattere il muro dei 140 minuti oggi mi sembra impossibile.

Un caffè con poco miele, lo stomaco vuoto, ormai mi alleno cosi da tempo, non mi abituo, l’allenatore lo esige, so che serve ma fa male. Un dolore diverso dalla fatica su strada, la sensazione che la benzina è finita, corri sapendo che rischi di non trovare altro carburante, con il tuo corpo che implora e cannibalizza ogni riserva.

Mi vesto leggero, maglia blu la mia preferita, pantalone corto, gilet antiacqua, scarpe nuove, segno che gli sponsor ci sono ancora, 12 gradi fuori, troppi per essere solo le 6.00.

Sono al passaggio dei 15 km, ritmo gara, 3’38’’ a km, sono in fuga, sento l’acqua che inizia ad avvolgermi, diluvia, maledette previsioni. Il mio tempo interiore a questa andatura mi scorre accanto, lo vedo, lo rallento. Correre cosi veloce è un piacere, sto bene fisicamente, anche se sotto peso, è la testa che a volte mi abbandona,  siamo distanti, la mia vita è in un continuo stand-by , la definirei neutrale, mi ci muovo dentro a sua insaputa.

Dovrò capire fino a che punto si potrà vivere cosi.

Il bip del cardio mi avvisa che sono sull’ultima salita e sono in affanno, le scarpe bagnate, i piedi freddi, passo davanti ai cantieri dell’alta velocità, in questi giorni stanno interrando i cavi dell’alta tensione, la pioggia è cosi fitta che non vedo più l’orizzonte, ma ecco che un tuono spegne tutto, anche l’ultimo metro di visibilità scompare, simultaneamente un fulmine scarica a terra un energia mai sentita. Il cielo si illumina, una luce bianca mi acceca per un tempo indecifrabile, un flash dentro e fuori di me.

Sono fermo sul ciglio della strada, il cardio tace, solo e spaventato ho freddo e mi sento stanco, smarrito da tanta forza, provo a reagire, frames isolati di uno spazio assoluto, preso e messo li per caso, lento quasi immobile, il mio tempo non è più vicino a me, mi ha lasciato, chissà dove è andato.

Parole scomposte mi frullano in testa …”Allertata la protezione civile…ma cosa potrà fare quando diventa notte e giorno in un secondo, quando il mio tempo e il mio crono si fermano.

Mi guardo intorno cerco di reagire, poche macchine in lontananza, la pioggia si è placata, riprendo la corsa,  riavvio orologio e cardio, sono sopra il mio passo, 3’50’’, 4’00’’, 4’50’’ a km, non va bene, ma di più non posso, sono stanco, spingo sulle gambe e rallento, ho un elastico che tira indietro, mi sembra di avere corso  mille km. Cosa mi prende ?

Ultimi 4 km, il vialone che mi riporta verso casa è vuoto, non ci sono macchine parcheggiate, eppure è sempre pieno, a terra ci sono 3 binari mai visti prima. Il giro è finito, sono sotto casa, cammino mi guardo intorno e inizio a sentirmi fuori luogo, distante, le macchine ferme, poche a dire il vero, sono nuove, modelli mai visti,  l’asfalto rifatto da poco, i cassonetti vicini al citofono, che per altro è scomparso, sono piccolissimi.

Il portone è aperto, come sempre, 5 piani a piedi, mi allungo ma le gambe sono due macigni, salgo piano, continuo a guardarmi intorno, a tratti spaesato, ma perché ? sono le mie scale !

Davanti alla porta di casa un nodo in gola inizia a stringere forte, stremato con la sola voglia di mettere qualcosa nella pancia e fare una doccia calda,  le piante sul piano sono diverse i colori dell’ambiente sbiaditi. Suono il campanello aspetto, più del solito. Una voce chiede chi è, una voce mai sentita prima, non la conosco, ma la porta, e tutto il resto sono come prima, o quasi come solo un’ora fa.

Intimorito rispondo al mio solito, sento rumori di chiavi che girano nella serratura. Il mio respiro è affannato, non sento più i piedi bagnati, non sento più niente.  Ho paura di trovarmi in uno spazio diverso, senza lo stesso tempo.

Davanti a me un ragazzo, sui 20 anni, capelli biondi, alto muscoloso, ben vestito. Resto in silenzio, l’ansia ormai prende il sopravvento, allungo lo sguardo oltre l’uscio, intravedo un posto familiare ma diverso da come lo ricordo.

Sento passi che si avvicinano, voci di donne, lungo il corridoio una si avvicina, sto per cedere, elaboro, provo a reagire ma tutto si fa più chiaro, abbagliante.

Una donna, avrà circa 50 anni, la riconosco, ha l’espressione stanca, mi scruta con occhi che da vitrei e impassibili di colpo trasformano il viso in una maschera di terrore, non si muove, esita ma poi pronuncia una frase che mi toglie ogni speranza…”ma sei vivo”…

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