Perché la corsa è un legame che non si può sciogliere

ippolito_corsa

La mia vacanza è stata, per varie ragioni, ridotta a soli dieci giorni in quel di Paestum. Son partito con la mia famiglia per ricaricare qualche pila e lasciare le rogne lontane. Nella valigia, o meglio trolley, ho messo insieme ai costumi da bagno e qualche vestito leggero, le mie canottiere, calzoncini e le scarpe da corsa. Sono andato con la voglia di poter correre, con una certa continuità, approfittando del non avere altri impegni e di non essere scadenzato con riferimento all’orologio. La location si prestava molto, avevo visto che fuori dall’albergo c’era una specie di ciclabile che costeggiava una pineta che a sua volta declinava sul mare.

La prima mattina ho messo la sveglia all’alba e da  ho incominciato con il nostro solito rituale di vestizione, poi un po’ di stretching e via. I primi passi sono stati cauti, perché mi muovevo su tracciati che non conoscevo e su un terreno non completamente sicuro. Poi mi sono lasciato andare, e come si poteva fare altrimenti, stavo correndo su questa stradina che era ampiamente ombreggiata dai pini e cingeva come un abbraccio la spiaggia e il mare.
Come prima uscita non volevo stare troppo tempo fuori, ma sapete, il panorama mi aveva contagiato e allora per non fare troppo tardi e sentire le lagnanze familiari, ho finito in discreta progressione. Che bello la prima uscita campana era stata proprio un bel successo, finisco con degli allunghi e filo in camera.

Dopo essere tornato nei panni “borghesi” sono andato a fare colazione e poi mi sono diretto in spiaggia.
Mentre mi dilettavo, in acqua, a trastullare mia figlia si è avvicinata una signora con il proposito di  attaccare bottone.
Pensavo, visto che aveva al seguito un bimbo, che ci mettessimo a parlare di bambini e invece…
Invece, meravigliandomi, incominciò a tempestarmi di domande e curiosità sulla corsa, perché mi aveva visto quella mattina sul lungomare sgambettare.
In brevissimo tempo ci siamo messi a parlare di tecnica, scarpe, ripetute, complice il fatto che la signora da ragazza aveva fatto atletica leggera e cercava dopo la maternità di ricominciare.
Mi sentivo ancora meglio, fisicamente e mentalmente, mi trovavo al mare, ma l’atmosfera con quella chiacchierata mi faceva sentire come dentro uno spogliatoio prima di un allenamento.
Ma non era finita lì, perché le voci si rincorrevano e mi sono trovato dopo il pranzo in mezzo ad una mezza dozzina di persone, composte da chi voleva cominciare a correre e chi voleva riprendere.
Mi sembrava di fare una piccola conferenza sulla “Corsa questa bellissima droga”.
Insomma dopo appena due giorni tra mie uscite solitarie, e supplementi di running in compagnia, con alcune mini lezioni di teoria in spiaggia, si era creato da niente un mini gruppo sportivo.
La vacanza mi stava proprio piacendo, chi poteva stare meglio, ero in vacanza in un bel posto e facevo lo sport più bello e avevo avviato o riavviato delle persone alla pratica sportiva.
All’ennesima uscita mattutina  di allenamento, decido di fare un bel giro di quasi 12 chilometri, dopo la prima mezz’ora allegra ho cominciato un po’ a forzare, ad utilizzare un fartlek elastico, e verso l’ultimo mio chilometro ho incominciato a far mulinare le gambe, forzando, come non facevo da tempo.
Quando oramai vedevo l’albergo, ho ancora di più forzato senza pensare più a nulla, ma proprio nel momento massimo dello sforzo e dell’estasi….ah!! Che dolore.
Alla ricaduta del piede destro ho sentito dietro al mio ginocchio operato, come un morso di un cane, un fuoco repentino che accerchiava il mio ginocchio, mi sono fermato per non ripartire, e sono stato assalito dai peggiori pensieri.
Con il dolore ancora vivo, ho trascinato i miei passi fino la mia stanza, sono stato lesto a mettere del ghiaccio nella parte interessata.
Mia moglie e mia figlia subito mi hanno visto prima in viso e poi giù il ginocchio che si stava gonfiando.
La mia consorte, carinamente, mi disse:”Ma non sarebbe meglio smettere?”.
Voi che con me trattate la stessa materia, avete capito che quello che Lei mi aveva “consigliato” mi faceva 100 volte più male del male fisico che avevo.
In quel momento mi sentivo solo, solo perché la mia famiglia era soprattutto preoccupata che potessi rovinare il rimanente della vacanza.
Da quel punto di vista le tranquillizzai e manifestando una leggera zoppia andammo a fare colazione.
Incontrai un paio dei miei accoliti runners che vedendomi in quelle condizioni mi chiesero, in modo allarmato, cosa fosse successo.
Glielo raccontai e notai nei loro visi una specie di reazione confusa tra la preoccupazione e la commiserazione.
In me si fece strada la convinzione che quello che mi era successo fosse per i miei nuovi aficionados una pietra tombale sulle loro future uscite sportive.
Di lì a poco ne ebbi la conferma, i miei neo-runners  si avvicinavano solo per chiedere notizie sul dolore, i rimedi farmaceutici che avevo messo sulla parte offesa, e se potevo ipotizzare l’eventuale prognosi dell’infortunio.
In poche ore si era passati dalla location Farnesina alla location CTO.
Alla fine di quella triste giornata mi ero reso conto che tutti, ma proprio tutti dei miei nuovi atleti, probabilmente non ce ne sarebbe stato uno che l’indomani avrebbe rimesso le scarpette da ginnastica.
Le motivazioni erano varie, dal “non ce la faccio a correre da solo”, al “doloretti vari”, al “se vado a correre poi lascio la famiglia da sola”.
Orbene, capivo bene da solo che l’unica vera risposta che non mi volevano dare sarebbe stata: “Non voglio che mi capiti quello che è successo a te”.
E’ purtroppo la netta differenza tra chi la corsa la sceglie per buttare giù qualche chilo, o si vuole solo disontossicare e chi la fa diventare spina dorsale della propria vita.
Anche la corsa è una metafora della vita, anche lei è dicotomia tra chi alle prime difficoltà si arrende e chi si rimbocca le maniche.
Sapete, quando l’infortunio mi ha fermato, ed il dolore era forte, mi sono sentito veramente a terra, complice pure il fatto che quel ginocchio lo avevo già operato.
Poi passando il tempo, e vedendo come si comportavano le persone verso di me, cresceva la voglia di vedere le cose in positivo, sia perché il dolore si attenuava e il gonfiore si era stabilizzato.
Dal punto di vista sportiva la mia vacanza era finita, e dopo qualche giorno era finita anche la mia vacanza in todo.
Con i miei discepoli sportivi, alla partenza, ci salutammo augurandoci di rivederci per condividere le gioie sportive, ma entrambe le parti sapevano che era un augurio fine a se stesso, visto che tornati a casa sarebbe difficile percorrere questo progetto.
Io non so, e non lo posso sapere, cosa a quelle persone sia rimasto di questa vacanza, a me è rimasto che la corsa è lo sport più bello che ci sia, lo puoi fare dove vuoi con chi vuoi e basta poco per mettersi in moto.
Nello stesso modo, come un bellissimo amore, ti dà dispiaceri, si distacca da te senza preavviso, ti può fare veramente male e certe volte lo odieresti proprio perché ti ha fatto innamorare da impazzire.
Ma viva Dio, io sono tornato con un ginocchio gonfio e tanta amarezza ed un pizzico di paura di non poter ripartire, ma è durato poco, sono passati pochi giorni, ma il ginocchio poi si è sgonfiato e la ripartenza, lenta, ma c’è stata.
Ho passato un intervento chirurgico, gli anni passano, il mio approccio probabilmente deve essere diverso, ma non mi fermo, ho un fuoco dentro più forte del bruciore sentito in vacanza, non so se potrò correre fino al mio ultimo respiro, so però che fino a quel momento farò di tutto, se dovessi rifermarmi, di poter ripartire.
Perché la corsa non è qualcosa fuori di me che incontro, ma è dentro di me in un legame che non si può sciogliere.

Commenti

avatar Francesco
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Chi non risica non rosica, o meglio un giorno da leoni che cento da pecora, ma la mia preferita è "In vita facciamo quello che possiamo per creare occasioni e momenti che ricorderemo quando saremo vecchi o nella bara" e alla fine penso che con la mia condropatia medio alta della tibia e della rotula correrò con la handybike o in qualche altro modo ma correrò (Barcellona 2011 docet). Complimenti e a presto campione.
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avatar Marina Bolzan
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Caro Raffaele,
come ti ricordavo, sei sempre impavido. Negli anni, e con le inevitabili responsabilità che ci fanno perdere la spensieratezza dei 20 anni, non sei cambiato. I miei ricordi sono legati alle estenuanti piste nere fatte anche con gli sci a spazzaneve senza mai un lamento.
Sono Marina Bolzan (l'infermiera della Zecca). Purtroppo io non corro più perchè soffro di cefalea e con la corsa, inspiegabilment e si scatena sempre un attacco. Ma qualcuno che conosci, il mio attuale compagno, da qualche mese corre con voi (Gianfranco Trezzi). Non so se con lui hai condiviso solo qualche settimana bianca o anche il tennis, comunque te lo volevo far sapere.
Rimani uno sportivo nel cuore come sei!
Ciao, Marina
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avatar angelo
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GRANDE RAFFAELEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!
PS ma sei poi guarito o almeno da riprendere a 6' 30" al km come me ora?
ciao a presto
angelo
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avatar stefano labonia
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caro Raffaele, noi non ci conosciamo ma sono anch'io uno degli "unti" del signore. Farei prima a scrivere gli sport che non ho fatto e molti al livello agonistico. Il fuoco del tuo ginocchio non è molto diverso da quello che descrivi e che ti spinge a soffrire, cadere, rialzarti, non badare a mogli e figli che ti chiedono di smettere. La mia vita sportiva (intensa) ha lasciato molte cicatrici...aritmie infiammazioni, slogature colpi durissimi e anche un tendine d'Achille reciso...pensi che tutto ciò abbia in qualche modo scalfito la mia voglia di s? La seconda vita d'atleta è più legata alle belle sensazioni, ad un bel panorama, addirittura ora ad un bel lancio di un giavellotto poi se nella roma -ostia sfioro le due ore pazienza: io c'ero. La metafora cui accenni è poi quella della vita: a volte picchia veramente duro , ma l'importante è non cadere a terra; prima o poi ritorna la forza e la voglia di ripartire...sempre che dentro arda un fuoco forte.
Ti faccio un augurio grande per tutte le tue cose.

stefano
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