Diana e le sue battaglie
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16 Agosto 2011

Oggi sono stanca, non ho recuperato le ore di sonno perse. Mi attende l’allenamento in pineta, andrò sola. Nella testa ho ancora le parole della notte. E’ stata una battaglia, l’ennesima. Siamo alla fase finale. Luca non vuole capire che la mia vita è cambiata. L’amore che provo per lui non potrà mutare, non saremo più una vita a due. Sul terreno di scontro abbiamo lasciato dolore e sangue. Ci ameremo a modo nostro, ma in mondi separati. Nessun rimpianto, nessuna fatica. E ‘stato fisiologico. E’ la vita, anche questa. Diana e Luca non esistono più.
Il giro della pineta misura tre chilometri, lo dovrò ripetere cinque volte. I primi due giri sono lenti, gli altri sotto i 4’30” a chilometro. Arrivo in pineta prima del solito orario. Un’estate diversa, non solo per le scelte personali, insolita per un caldo che non arriverà mai, per le persone incontrate lungo i miei chilometri. Le incognite di domani.
Resto sorpresa per il numero di auto parcheggiate: tante, troppe. Nessuna è dei miei amici con cui mi alleno sempre. Mi preparo abbigliamento leggero, scarpe nuove. Sul mio Iphone non ci sono effetti collaterali della notte scorsa. Luca si starà leccando le ferite. Io non posso fare più nulla. Siamo solo un uomo e una donna, consumati e stanchi. Io ho bisogno di aria, è stato come vivere in una stanza chiusa, devo allargare il sentiero, andare oltre la vita che c’eravamo promessi.
Inizio a girare. Non ci sono atleti che corrono, Berlino è tra quaranta giorni, voglio fare il tempo, mi serve. E’ una gara che ho corso altre volte e mi lascia sempre una carica incredibile. E' necessaria in vista delle maratone autunnali, sei in totale. Sarà dura, ma sarà a modo mio.
Tra gli alberi è come volare, i continui sali scendi del tracciato mi fanno stare sempre in spinta. Una strana sensazione mi avvolge, non è la stanchezza, non è fatica. E’ una presenza, estranea, è come non sentirsi soli.
Chiudo il primo giro. Parto per il secondo ed ecco che avanti a me, tra due pini giganti, avverto un fruscio, vedo per un attimo un flash di un raggio di sole riflettersi su una lente. Passo il punto senza darvi troppa importanza. Continuo a correre, dopo pochi metri una scheggia di corteccia si stacca dall’albero che ho davanti, preceduta da un rumore sordo. Non riesco a fare altri due passi che cado in una buca, le gambe per un secondo disegnano cerchi nell’aria e di colpo cado a terra.
Ho paura, sono in un fossa non più profonda di un metro, le gambe non mi fanno male, ma nel cadere ho battuto la fronte. Il respiro è affannato, l’odore di terra bagnata nella gola mi nausea, sa di marcio. Guardo verso l’alto non c’è nessuno.
Provo a uscire, sono sul ciglio e vedo uomini che corrono veloci come animali in fuga. Scattano da un albero all’altro. Resto accucciata coperta da un vecchio tronco caduto a terra. La scena è assurda, figure di uomini in divisa mimetica correre e capisco di essere parte di un’imboscata in piena regola. Alcuni combattenti escono allo scoperto, armati fino ai denti, con strumentazioni da guerra, occhiali per la visione notturna, mitra enormi, localizzatori gps al polso, elmetti da guerra.
Provo ad alzarmi e da dietro sento la voce di un uomo che m’intima di non muovermi. Mi volto e vedo una figura, alta, il viso coperto da segni verdi scuro come la tuta mimetica che indossa, tra le braccia ha un enorme fucile automatico. Da una piccola radio attaccata al petto, iniziano ad arrivare voci di altri uomini, non capisco cosa dicono, lui si distrae ed io ho la forza di girarmi e fare un balzo oltre il tronco dietro di me.
Corro, veloce senza respirare come a non voler fare altro rumore. Pochi secondi di silenzio e una serie di colpi, una sventagliata di proiettili mi raggiunge ai piedi, non sento nulla, vedo solo la polvere che si alza ai miei fianchi. Il suono del fucile è diverso da quello cui sono abituata nei film o nelle scene di guerra viste in tv. Scappo senza voltarmi. Da lontano si vedono uomini correre verso altre zone della pineta. Sono al centro di una guerriglia, le mie gambe sentono la paura e reagiscono al meglio, corro veloce, lontano del sentiero battuto. I piedi faticano tra cumuli di aghi di pino e il fondo sabbioso. Cerco di dirigermi verso la zona in cui ho parcheggiato l’auto. Veloce non sento la stanchezza, penso solo a non farmi prendere da quei pazzi.
Dopo due chilometri circa sono davanti alla mia macchina. Dei commando in azione non c’è più traccia. La pineta è tornata al suo equilibrio e quiete. Poco più avanti vedo arrivare alcuni ragazzi per l’allenamento, li conosco, mi avvicino e chiedo loro se sanno nulla di quanto è appena successo. Mi raccontano che da qualche settimana la pineta è lo scenario d’incontri di fanatici della soft air. Gruppi di uomini armati con fucili e pistole ad aria compressa modificati a tal punto che un colpo di quelli può fare davvero male.
“E cosa vogliono da noi?”
“Si divertono a compiere delle imboscate a noi che corriamo in pineta, in particolare a chi viene all’alba. Nessuno sa chi sono e da dove vengono. Ti hanno colpita? Vedo che sei sporca sulle gambe”
“No, non è niente, sono caduta in una buca fatta da loro credo”
“Ti è andata bene Diana, a un mio amico hanno procurato una brutta frattura”
“Io sono riuscita a fuggire e non mi hanno preso! E’ assurdo qualcuno dovrebbe fermarli”
Allenamento concluso. Una nuova battaglia è stata affrontata, sono finita dove non volevo. La vita è così, ti mette alla prova e non sai di essere braccata. Scappi da un nemico e subito un nuovo agguato ti attende in fondo al sentiero. Correre è la sola strada per fuggire via, pensare e capire da quale parte stare. Ora so cosa voglio, quanta forza ho sulle gambe e nella testa.
Chi sarà al mio fianco dovrà capire che io non combatto chi mi vuole bene, non cerco il nemico in casa. Voglio solo correre e non cadere più.





















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