Intervista a Marco Franzelli

copertinaMarco Franzelli ha raccontato la vita di un uomo speciale, un atleta d’altri tempi, Emil Zatopek. la locomotiva umana.  Ho incontrato Marco, una sera, sulla pista dello stadio Paolo Rosi a Roma. E’ nata una conversazione sull’uomo, la sua vita e i tanti risvolti che ha subito, nello sport e nelle circostanze personali.

Marco la narrazione, ha un taglio giornalistico, lo stesso cui siamo abituati nelle tue telecronache. Lascia poco spazio e fila via diritto come un lavoro in pista. Come è nata l'idea di raccontare la vita di Zatopek, quali sono state le tue fonti ?

Avevo voglia di riavvicinarmi all'atletica, dopo aver fatto il telecronista di questo sport in passato, tra il 1989 e il 1992, occupando il posto di Paolo Rosi, andato in pensione. Tra le tante storie dei campioni dell'atletica, ho pensato a Zatopek perché nella sua vita ha provato tutti gli stati d'animo possibili, dalla gloria internazionale fino alle umiliazioni seguite alla sua adesione alla primavera di Praga del 1968. Una vita che sembra un film pronto a essere girato e trasferito sugli schermi del cinema. Mi sembrava giusto dare il mio piccolo contributo alla conoscenza di un uomo straordinario. Le fonti sono i libri che ho indicato nella bibliografia alla fine del libro, la ricerche su internet, le conversazioni con le persone che mi potevano dare informazioni dirette o indirette, ma verificate.

Zatopek come riusciva a tenere certi allenamenti, non parlo di quelli in pista, forse più vicini al nostro modo di conoscere l'atletica oggi, ma del voler correre con i scarponi ai piedi o fare lunghi tratti in completa apnea, era veramente un uomo di altri tempi, oggi cosa avrebbe fatto Emil?

 Il talento non ha epoche. Zatopek sarebbe stato un grande campione anche oggi. Mi piacerebbe vederlo in pista e affrontare sui cinque mila meri, sui dieci mila e nella maratona, i formidabili corridori africani che stanno dominando su quelle distanze. E' un sogno impossibile da realizzare, ma già sognare quella sfida, immaginare come potrebbe andare, è bello.

Nascere in un ambiente storico come quello, l'ingresso in città distrutte dai bombardamenti alleati, il razionamento del cibo o la paura che nulla sarà più come prima, come faceva a pensare a correre? Che tipo di speranza riponevano nello sport? Quale forza serviva per non cedere allo sconforto e paura di un mondo che aveva perso la ragione?

Credo che in Zatopek ci fosse prima di tutto la passione. Ha scoperto la corsa senza volerlo, senza neanche amarla, ma alla fine è diventata la sua compagna quotidiana. Certo, le condizioni di vita in quegli anni, l'assenza di libertà, sono state una molla in più. Anche se per Zatopek andare all'estero non è mai stato facile, di là dai grandi avvenimenti internazionali, tipo Olimpiadi o campionati europei, ma sempre sotto stretta sorveglianza.

Che ruolo ha avuto l'URSS nel gestire il campione, i tanti Niet agli inviti nei meeting internazionali, o il metodo di allenamento, con quei recuperi durante i quali Emil spariva dalle cronache, non hai avuto il dubbio del doping?  Che la locomotiva umana essendo ormai la locomotiva del socialismo reale fosse ostaggio anche dei primi laboratori sportivi del Soviet?

Viviamo in un'epoca nella quale, purtroppo, dietro un’impresa sportiva, un record, appare sempre l'ombra del doping. Un sospetto più che legittimo, dati i molti casi, ma che finisce per condizionare anche il nostro giudizio sui campioni del passato. Il danno più grave che ha prodotto il doping è proprio questo: mettere in dubbio qualsiasi risultato, presente o passato. Bolt sarà "pulito" o invece...chissà...però...forse.

Dana ed Emil sono stati sposati per 52 anni, senza figli, con un legame astrologico davvero unico, erano davvero fatti l'uno per l'altro? Dana ha saputo ricavarsi uno spazio con importanti successi alle Olimpiadi e rivendicandolo a fine carriera, due persone forti ma coscienti di essere una sola cosa.

Si dice che dietro un uomo di successo c'è sempre una donna straordinaria. E' stato così anche per Zatopek. Ma Dana non è stata solo una compagna di vita, è stata anche una straordinaria atleta (nel giavellotto ha, tra l'altro, vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Helsinki) che ha vissuto il suo ruolo senza gelosie. Anzi, uno è stato di stimolo all'altra e viceversa. Possiamo dire che Dana e Emil, nel loro lungo matrimonio, si sono fatti compagnia, più che mai nella buona e nella cattiva sorte.

In un capitolo racconti con poche parole, una giornata tipo del Direttore delle attività sportive presso il Ministero della Difesa. Ruolo che Emil non accettava, non era tempo di sedersi dietro una scrivania. Una giornata di un uomo semplice: casa, ufficio, pista e con il tram, la sera, il ritorno a casa dove c'era Dana ad aspettarlo. Siamo davanti ad un uomo che non si arrende mai, nella pista nel, lavoro nella vita...

E' degli uomini straordinari la capacità di non arrendersi mai. L'ho vissuto negli anni passati frequentando, per ragioni professionali, la squadra Ferrari in formula uno. Nessuno, neanche nei momenti più critici, dall'ultimo dei meccanici al primo dei piloti, ha mai abbassato la guardia. Anche quando è finito a piantare pali della luce, non più giovane, Emil l’ha fatto pensando che un giorno sarebbe arrivato il riscatto. Aveva fiducia nel futuro, anche da persona anziana, anzi soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Pensava ai giovani, a quanti arrivavano da bambini al campo di atletica e non sapevano chi fosse quell'uomo che insegnava loro i primi rudimenti dello sport.

Dopo il crollo delle speranze della primavera di Praga e la repressione del regime, finire a lavorare in una miniera di uranio, o spazzino per le vie della città, quale equilibrio mentale serve per giungere integri al proprio riscatto?

E’ quello che dicevo prima: forza di volontà, voglia di guardare con ottimismo al futuro, senza mai abbattersi, senza mai cedere allo sconforto. Sapendo che i domani sarà migliore. Un messaggio positivo utile come una lezione di vita, soprattutto nell'epoca di crisi che stiamo vivendo.

L'ingresso nello stadio di Barcellona durante la cerimonia di apertura alle Olimpiadi del 1992, cosa ha pensato in quel momento secondo te?

Ho assistito di persona a quell'ingresso di Zatopek nello stadio olimpico di Barcellona. E' stata una scena commovente e sento ancora i brividi sulla pelle. Zatopek era una persona molto spiritosa, dotata di uno straordinario sense of humor. Mi piace credere che, dopo un inevitabile groppo alla gola, il suo sorriso timido nascondesse il divertimento per chissà quale battuta autoironica.

Grazie Marco per averci fatto scendere in pista, sotto la neve, con i piedi freddi dentro scarpe di pezza, sentito l'odore della fatica. Mi piace pensare alla frase di Emil che riporti in un capitolo: “Un atleta dovrebbe correre con la speranza nel cuore i sogni nella testa e pochi soldi nelle tasche".  Il nostro è uno sport fatto anche di emozioni e tu le hai tirate fuori tutte.

Commenti

avatar stefano
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Grazie Marco R. per aver dato l'opportunità di riflettere su una atletica che (purtroppo?) non esiste più.
La corsa è la metafora della vita. Un grande atleta è anche un grande uomo che viene fuori nei momenti di difficoltà.
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avatar angelo
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Aggiungerò questo libro alle letture estive (visto che passerò più tempo a leggere che a correre!)
Comunque un ringraziamento a Marco Raffaelli e ancora complimenti per gli articoli sempre interessanti, talvolta emozionanti ma comunque in ogni caso degni di attenzione!
Angelo Mele
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