Un rugbista romano No Limits

Ponte Milvio si è già svegliato da un pezzo, un’operatrice ecologica impreca contro i lucchetti che le rendono difficile rimuovere il vello di cartacce che insudicia l’antico selciato. Un volto amico, inaspettato, si propone ai miei occhi; la gioia e la sorpresa di incontrare un paesano che ha percorso chilometri per partecipare a questa strana corsa di sopravvivenza. Si parla, ci si racconta di vent’anni fa, quando lui imparava a fare il maestro d’ascia ed io, appena diplomato, passavo le mie giornate con a fondere elettrodi e smerigliare lamiere.
Lui ed il suo amico è la prima volta che corrono per più di 10 km ma sono allenati, al paese va di moda il triathlon. Anche se non sono un veterano della strada do qualche piccolo consiglio; un po’ d’olio per evitare lo sfregamento nei punti cruciali. Ci avviamo correndo insieme verso le bancarelle che costeggiano il Tevere in quel punto per un breve riscaldamento lungo la ciclabile. L’ora della partenza è vicina, io devo ancora incontrarmi con Francesco, torniamo indietro.
Un allungo, tanto per verificare le gambe, e siamo di nuovo all’arco di partenza sul lato destro del ponte che vide le truppe di Massenzio soccombere sotto il segno della Croce. Non ci sono molti atleti ad affollare le transenne che individuano la zona di partenza e noto con piacere che numerose sono le teste adornate con treccioline e code di cavallo delle ragazze che hanno deciso di sfidarsi. Ecco Francesco! La partenza è prossima, l’impianto fonico diffonde le ultime raccomandazioni dell’organizzatore che in prima persona raccomanda fair play. Non c’è sparo solo un conto alla rovescia e via… Siamo partiti!
La solita calca, i cartoni del muro che i primi hanno fatto cadere ingombrano il ponte, i fumogeni annebbiano il campo visivo ma si oltrepassa indenni il ponte. Non vedo Francesco e non vedo i paesani, ho già perduto i contatti con tutti.
Alla fine del ponte si scende nel Tevere, la strada è sterrata, qualcuno mi aggancia il piede da dietro, cado, rovino per terra ma vent’anni di rugby m’hanno insegnato a cadere. Una mano si allunga e mi aiuta a rialzarmi, la pelle mi brucia e riparto verso la prima serie d’ostacoli. Tutti in piedi accalcati, non vedo cosa ho davanti ma dopo capisco: bisogna abbassarsi, entrare sotto i tubi innocenti e strisciare nel fango per circa 2 metri.
All’uscita le balle di fieno, i copertoni ed ancora dei tubi innocenti incrociati da superare. Correndo, li affronto con grinta, saltando da uno all’altro pregando che le scarpe non mi tradiscano. Guardo il cardio, battiti alti, mi devo dosare: la gara è appena iniziata, è corta ma il percorso è impervio non posso bruciarmi tutto all’inizio. I sampietrini “cantano” sotto le suole delle mie Nike. Si esce subito dall’argine salendo le scale del ponte Duca d’Aosta, in cima c’è un tizio che mi ricorda quanto mi sono appena detto nella testa: “Andate piano, è appena iniziata”. Attraversiamo il ponte e torniamo subito nell’argine, il gruppo si sta diradando, le scale in discesa spaventano molti ma non me che le facevo tutti i giorni per anni andando a scuola.
La corsa si fa impervia, si sale e si scende lungo la scoscesa dell’argine fino ad arrivare al canneto con il sentiero che termina nel vuoto. Si forma coda, davanti a me vedo i paesani, li saluto ma vado verso un anziano che mi indica un appiglio di canne, proseguo lasciandoli indietro ed un salto di circa tre metri mi fa ancora pensare di non avere le scarpe adatte per fare questa corsa.
Avanzo con il mio solito ritmo ma ad ogni ostacolo che s’alterna a tratti di pianura mi devo fermare, superarlo e ripartire. Questo mi spezza le gambe, non sono abituato. I peggiori sono i passaggi al “passo del leopardo” ma vado avanti cercando ogni volta di recuperare velocemente il ritmo. Ecco Castel Sant’Angelo, la corsa si snoda nella “prigione” con ostacoli e passaggi oscurati. Ad uno di questi alzo la testa troppo presto e conosco il sapore di un tubo innocenti sul cranio; per fortuna non era fissato e la botta lo sposta.
Avanti! Di corsa o a forza di braccia attaccato alle corde sulle scoscese sterrate, tra l’erba alta rimaledico le scarpe che slittano. Ecco il ponte tibetano, penso tra me: “Ma è corto, perché hanno detto che chi vuole può non farlo?”. Mi fermo ancora una volta, c’è una piccola coda, saremo una decina ma scorre. Un ragazzetto c’imbratta i pettorali con un pennarello rosso, è la punzonatura. Mentre aspetto il mio turno fermo il cronometro, sono quaranta minuti che corro.
Il ponte va via rapido e devo riprendere il ritmo della corsa, ancora una volta alzare i battiti. Intravedo l’Isola Tiberina e questo significa che sono quasi alla metà del percorso; aumento il ritmo raggiungendo l’atleta che mi sta davanti, faccio un pezzo di strada insieme a lui poi lo supero prima di salire le scale dell’ennesimo ponte, il Cestio, che mi porterà sull’isola in mezzo al Tevere.
Una famiglia saluta festante tutti gli atleti che passano, io alzo il braccio per salutarli prima di arrivare al traliccio dove si attestano due ponti di corda. Qui la coda è più lunga, dobbiamo aspettare che chi è davanti salga sul traliccio e faccia l’attraversamento. Chiacchieriamo tra noi, davanti a me un tizio con la testa dorata racconta della gara dell’anno scorso ad Anguillara, nel mentre arrivano i mie paesani e più tardi Francesco.
Salgo anch’io le scale e m’accorgo che la coda è diventata molto più lunga di quando sono arrivato al traliccio. Quaranta metri il ponte che oscilla con il movimento di chi lo percorre e gli organizzatori che urlano istruzioni su come attraversarlo: “BRACCIA AVANTI! PIEDI DI TRAVERSO! NON ONDEGGIARE!”. Tocca a me, nelle orecchie “Il mare impetuoso al tramonto”, impreco ancora con le scarpe, la plastica del rinforzo antitorsione scivola sulla corda, non devo guardare giù devo guardare la corda dove metto i piedi. Un altro passo, ancora un altro, riesco ad essere preciso anche quando al centro il ponte oscilla.
Quello davanti a me è arrivato, ora tocca a me scendere.. Fatto! Proprio sulla fine del brano metto i piedi sul traliccio in fondo alle corde. Giù per le scale: dopo 15 minuti fermo, ritrovare il ritmo non sarà semplice.
Intanto che percorro l’argine sinistro del Tevere vedo che davanti tutti gli atleti sono distanziati più o meno di un centinaio di metri l’uno dall’altro e tento un recupero. Ho ripreso il ritmo nel frattempo supero gli stracci di un clochard che ancora dorme raggomitolato dentro una vecchia coperta, più avanti ne vedrò molte altre di queste coperte lise fetenti. I barconi ormeggiati allo Scalo de Pinedo sfilano sulla mia sinistra, sono vent’anni che ci abito, ma questa è una Roma che non conosco.
Al ponte Matteotti un muro da superare con le corde mi fa entrare in un mondo di povertà estrema dove i cartoni servono da giaciglio ed il ponte da tetto, tutto questo a pochi metri dagli esclusivi campi da tennis e piscine del Lungotevere Flaminio. Ho raggiunto quelli che mi precedevano: adesso siamo in cinque e percorriamo insieme il sentiero sterrato che ci conduce verso il ponte Duca d’Aosta. “Sono arrivato” penso tra me vedendo alla mia destra le stesse scale che ho salito all’andata.
È arrivato il momento di dare di più ed inizio una progressione pensando che da lì a ponte Milvio sarà tutta “discesa”, invece impreco ad alta voce, facendo sorridere la volontaria che tiene il nastro bianco rosso, quando vedo che mi devo ancora arrampicare con le corde. Lo farò altre due volte prima di imboccare ponte Milvio ed incontrare Enrico pronto ad immortalare con la sua fotocamera la mia impresa. Percorro tutto il ponte con la volontà di staccare il gruppo che è dietro di me e con la soddisfazione di essere riuscito a chiudere questa gara diversa dal solito, dove il tempo non conta, ma conta solo essere arrivati alla fine.





















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